"L'illusione non si mangia"
"Non si mangia, ma alimenta"
(Gabriel Garcia Marquez)

lunedì 20 giugno 2011

La Banda - una storia al contrario


La conferenza stampa della BandaFalò (foto Marco Costantino)

La Banda può contare sulla complicità di una fitta rete di insospettabili e su una ramificazione internazionale dei propri affari. Il disegno criminoso del sodalizio villese, finalizzato al controllo di un tratto di spiaggia noto come Porticello (Villa San Giovanni), è stato perseguito avvalendosi di mezzi sofisticati, forza intimidatrice e vincolo associativo: un pezzo di costa rimasto per anni paradiso indisturbato di vecchi scaldabagni, frigoriferi e pattume vario, autentico tesoro di archeologia industriale, è stato incredibilmente deturpato da una bonifica del sito, da passerelle in legno per i portatori di handicap, da strutture mobili ed ecosostenibili, da cestini per la raccolta differenziata, e da un fitto cartellone di attività culturali. Il tutto con la massiccia complicità di intere famiglie, comitive di adolescenti, artisti e associazioni. Loschi figuri che a centinaia l'altra sera, in piazza a Villa San Giovanni, si sono mostrati a volto scoperto, manifestando solidarietà e propositi bellicosi contro i sigilli apposti al covo estivo dell'associazione. Da segnalare, tra i capi della Banda, tale signora Cesira (il nome potrebbe essere falso), vera ideologa del sodalizio e, con ogni probabilità, ispiratrice della sua ramificazione internazionale. Gli illeciti profitti estivi, infatti, sono stati investiti nel corso degli anni in un proficuo filone finanziario: l'edilizia pubblica africana. Scuole in Costa d'Avorio, dicono.

per saperne di più: www.bandafalò.it

venerdì 3 giugno 2011

I ragazzi di Spixana

Un libro non sai mai dove va. E’ un pensiero paralizzante, se solo ci pensi un po’. Tu scrivi, per esempio, di una strada in collina, con tutto l’armamentario di curve, lunghezza e fatica, dal primo passo nell’erba fino alla cima nel vento. E la strada che ti fa? cambia tracciato ad ogni sguardo, ad ogni lettore, punta verso dove non credevi, attraversa oscurità che neppure immaginavi. All’inizio, un po’ risentita, ci provi a riportarla sulla retta via, e spieghi, racconti, giustifichi. Poi capisci che è meglio godersi lo spettacolo.  E chiedere alla strada di darti un passaggio.  Qualche giorno fa mi ha portata tra i ragazzi di Spixana. Tipi impegnativi. Di quelli che davanti ad un calice di fiele hanno spesso chiesto il bis. Gente che il veleno e il dolore non gliel’ha mai guariti una poesia. E che se leggono di una strada in salita pensano a quella che stanno costruendo dentro di sè, scavando ogni singolo minuto di ogni dannato giorno perché il buio, se ti fermi, ti riagguanta sempre. Altro che ulivi di Giambartolo. Maurizio, un ragazzone con la faccia buona, per farla passare, la sua strada, sta provando a districarsi in un bosco fitto fitto di paure e debolezze. “E’ una questione di libertà”, ha ragionato a voce alta nella sala inondata di luce. Non mi sono chiesta se parlasse del mio libro o della sua battaglia. Degli arrovesciati del 1950  o dei ragazzi del 2011 che, come lui, dalla Comunità ci vogliono uscire finalmente da vincitori. Gli ho solo augurato di arrivare fino in cima.

La cartella di Lorenzo

La cartella di pelle. Quelli con la valigia di cartone l’avevano soppesata e interrogata a lungo sul treno per Milano.  Il cappotto di una taglia più grande tradiva cose sapute:  donne intente a stiracchiare la vita di stoffe invecchiate e  traffici sottobanco di pantaloni  e paltò perchè, per poterci morire di fatica, prima bisognava non morirci di freddo, lassù al Nord. La cartella di pelle, no. Quella andava a braccetto con gli occhiali grandi e le mani bianche e diceva di libri. Come le poche parole pronunciate a voce bassa con i compagni di viaggio che, meno si riconoscevano nel paesaggio dietro il finestrino, più urlavano nomi, patronimici e storie di famiglia per farsi coraggio. A lui, per farsi coraggio, bastava stringere la mano destra, serrarla sul manico della cartella e sentire rifluire, attraverso la pelle, le parole. Nel 1954 Lorenzo Calogero si presentò davanti al Duomo di Milano armato solo di quelle, e con l’aria da medico condotto stropicciato e assente con cui si accostava al letto dei malati. Curare la febbre degli altri non lo interessava. Era giunto a Milano per guarire dalla sua.
Ebbe il tempo di mettersi in posa tra i piccioni prima di capire che aveva sbagliato città, che Giulio Einuadi, a Torino, non l’avrebbe ricevuto e che il manoscritto inviato alla casa editrice era stato smarrito. Si aggrappò al delicato eufemismo della segretaria.  Alla stazione ci arrivò di sera, salutando come un lusso semplice la fine del giorno.

venerdì 8 aprile 2011

Lea Garofalo, sette mesi d'attesa per morire


 “Sarà che la storia si ripete o che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripetendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo. E sa qual è la cosa la peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi aspetta”. Un mese dopo tenteranno di sequestrarla, sette mesi dopo ci riusciranno, facendola sparire. Nell’aprile 2009, prendendo carta e penna per chiedere aiuto al Presidente della Repubblica, Lea Garofalo non drammatizza né manifesta particolari doti profetiche, semplicemente conosce la ‘ndrangheta e le sue regole. E sa che chi le ha ripetutamente infrante, come ha fatto lei provando a dare una sterzata al destino, sarà prima o poi chiamato a pagare il prezzo più caro. Quando scrive il suo accorato appello, denunciando la “mancanza di tutela adeguata” e firmandosi “una giovane madre disperata”, Lea è una donna stanca e sfiduciata, con i suoi 35 anni che pesano come fossero il doppio. Dal giorno in cui ha deciso di collaborare con la giustizia, sette anni prima, ha vissuto provvisoriamente inserita in un regime di protezione insieme con la figlia Denise, combattendo davanti al Tar e al Consiglio di Stato per non vedersi sottratto anche quell’incerto scudo protettivo. Alla fine ha deciso, imprudentemente, di farne a meno. La sera del 24 novembre 2010, mentre passeggia per le vie di Milano, Lea è una donna sola, ha il suo aguzzino accanto e sta per sparire per sempre. Per i magistrati del Tribunale di Milano, che nell’ottobre 2010 hanno disposto la misura cautelare in carcere per l’ex convivente e padre di sua figlia Carlo Cosco e per altre 5 persone, è stata sequestrata, torturata, uccisa e sciolta nell’acido, “allo scopo – si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Giuseppe Gennari - di punire una persona che, già contigua per ragioni familiari ad una cosca della ‘ndrangheta e quindi tenuta al rigoroso rispetto dell’omertà più assoluta, aveva invece violato tale precetto, con la sua decisione di collaborare con l’Autorità Giudiziaria”.