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"L'illusione non si mangia"
"Non si mangia, ma alimenta"
(Gabriel Garcia Marquez)
"Non si mangia, ma alimenta"
(Gabriel Garcia Marquez)
martedì 19 luglio 2011
lunedì 18 luglio 2011
Lo sguardo del piemontese
Alto, gracile e bianco com'era, ai bambini che razzolavano con maiali e galline, fuori e dentro il paese, dev'essere sembrato arrivare dalla luna. Erano cresciuti in mezzo ad una sola razza di uomini, quelli con la faccia nera un po' per il sole, un po' per la rabbia; quelli che gli occhi chiari ce l'avevano solo per la catarratta. Altro che forestiero. Arrivando ad Africo nel 1928, tra le case dirupate dal terremoto vent'anni prima, le donne con il gozzo, i vecchi ciechi e i pastori ricoperti di stracci, il piemontese Umberto Zanotti Bianco è un extraterrestre, il messaggero di un mondo con i calzini bianchi. Quando pianta in mezzo ai fichi d'india la sua tenda candida da esploratore aristocratico, cominciando ad annotare informazioni sui taccuini, quelli di Africo non sanno che pensare. In compenso con lo straniero hanno voglia di parlare, forse perché quello se ne sta lì, attento, in ascolto e, ogni tanto, affettuosamente sorridente. Tanto che pare gli interessi veramente se nell'attraversare il torrente senza ponte certi pastori si sono spaccati la testa, se con le capre non si campa più per colpa delle tasse, se non ci sono asili e, con sei ore di cammino ad andare e tornare lungo una mulattiera da fare spavento, manco i medici ci vogliono venire ad Africo. Nel ripartire si lascerà dietro un ponte costruito dal Genio civile, una riduzione delle tasse sugli ovini, un nuovo asilo e un dispensario per le medicine. Si lascerà, soprattutto, parole altissime su una terra "aspra e dolcissima, arida e lussureggiante, straziata e pur sempre rinnovata". L'aveva fatta parlare, la Calabria. E, anche se piemontese, l'aveva capita, visto che la qualità dello sguardo non è rilasciata con la carta d'identità. Ai suoi corregionali che invece con la Calabria hanno fallito non contestiamo, dunque, i natali ma solo di essere nati, o diventati con gli anni, comodi osservatori da scrivania.
mercoledì 29 giugno 2011
La foresta del poeta
| La casa di Calogero a Melicuccà |
martedì 21 giugno 2011
Non c'è pace tra gli ulivi
Forse in tre. Magari tra i 20 e i 30 anni. Lo sprezzo negli occhi, la fretta nelle mani. 'Ndranghetisti o no, vuoi che almeno uno di loro non abbia avuto un nonno, un padre contadino, con la terra sempre sotto le unghie che non c'era mai verso di cacciarla? Vuoi che non gli sia mai capitato di annusare il fiato della campagna quand'è impastata con le bestemmie della fatica, l'attesa delle stagioni? La questione, a ben guardare, è dunque innanzitutto antropologica. Che il terreno fosse stato confiscato alle cosche della Piana ha il suo bel valore, certo. Come il fatto che vi lavorassero, onestamente e da uomini liberi, i ragazzi della Valle del Marro, una cooperativa di Libera Terra. Ma l'incendio appiccato l'altra sera all'uliveto di Castellace, ad Oppido Mamertina, interroga anche altre corde. Racconta di calabresi antropologicamente modificati che rivolgono le mani contro sé stessi. Che con leggerezza strappano, bruciano o svendono radici. Le nostre, e le loro. Il fumo nero che si è levato da quegli ulivi in fiamme lancia segnali disperati. Rispondiamogli.
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