"L'illusione non si mangia"
"Non si mangia, ma alimenta"
(Gabriel Garcia Marquez)

venerdì 8 aprile 2011

Lea Garofalo, sette mesi d'attesa per morire


 “Sarà che la storia si ripete o che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripetendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo. E sa qual è la cosa la peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi aspetta”. Un mese dopo tenteranno di sequestrarla, sette mesi dopo ci riusciranno, facendola sparire. Nell’aprile 2009, prendendo carta e penna per chiedere aiuto al Presidente della Repubblica, Lea Garofalo non drammatizza né manifesta particolari doti profetiche, semplicemente conosce la ‘ndrangheta e le sue regole. E sa che chi le ha ripetutamente infrante, come ha fatto lei provando a dare una sterzata al destino, sarà prima o poi chiamato a pagare il prezzo più caro. Quando scrive il suo accorato appello, denunciando la “mancanza di tutela adeguata” e firmandosi “una giovane madre disperata”, Lea è una donna stanca e sfiduciata, con i suoi 35 anni che pesano come fossero il doppio. Dal giorno in cui ha deciso di collaborare con la giustizia, sette anni prima, ha vissuto provvisoriamente inserita in un regime di protezione insieme con la figlia Denise, combattendo davanti al Tar e al Consiglio di Stato per non vedersi sottratto anche quell’incerto scudo protettivo. Alla fine ha deciso, imprudentemente, di farne a meno. La sera del 24 novembre 2010, mentre passeggia per le vie di Milano, Lea è una donna sola, ha il suo aguzzino accanto e sta per sparire per sempre. Per i magistrati del Tribunale di Milano, che nell’ottobre 2010 hanno disposto la misura cautelare in carcere per l’ex convivente e padre di sua figlia Carlo Cosco e per altre 5 persone, è stata sequestrata, torturata, uccisa e sciolta nell’acido, “allo scopo – si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Giuseppe Gennari - di punire una persona che, già contigua per ragioni familiari ad una cosca della ‘ndrangheta e quindi tenuta al rigoroso rispetto dell’omertà più assoluta, aveva invece violato tale precetto, con la sua decisione di collaborare con l’Autorità Giudiziaria”.

venerdì 4 marzo 2011

Tiberio Bentivoglio, la libertà non ha pizzo

In piedi, Tiberio Bentivoglio
La sanitaria S.Elia
REGGIO CALABRIA – Quattro colpi di pistola 7,65, impugnata nervosamente in una campagna coltivata a ortaggi. Il conto, a febbraio, gliel’hanno presentato così: di mattina presto, dove non te l’aspetti, di spalle. Solo che Tiberio Bentivoglio quel momento l’aveva messo probabilmente in conto da 19 anni, se l’era pure figurato in tutte le variabili possibili e, al primo proiettile che gli ha addentato il polpaccio, ha reagito tuffandosi dentro il furgone da cui era appena sceso; poi ha risposto al fuoco. La pistola custodita da anni nell’inseparabile marsupio gli ha in effetti salvato la vita, ma solo perché, prima di essere sguainata, ha intercettato il proiettile indirizzato alla schiena che avrebbe potuto ucciderlo, eliminando l’uomo e - quel che forse più contava - il suo pessimo esempio. “E’ inutile dire che non si ha paura, che la scelta di denunciare è immediata. Sono solo sciocchezze. Si pondera bene prima di mettere nero su bianco una denuncia. Solo che la paura viene vinta da un altro sentimento importante che si chiama disperazione. Che fai, cambi mestiere o cambi città? Non sono d’accordo. E così si arriva alla denuncia”. Cinquantotto anni, titolare della sanitaria “Sant’Elia” nel rione Condera di Reggio Calabria, un anno prima degli spari Tiberio Bentivoglio la sua scelta di ribellarsi al racket l’aveva raccontata così. Di lì a pochi giorni sarebbe stato il primo a ricevere il logo di “Reggioliberareggio”, la rete che come socio di Libera aveva contribuito a costruire per sostenere le vittime del pizzo, promuovere il consumo critico ed invitare alla denuncia i commercianti e gli imprenditori taglieggiati di Reggio Calabria.  

lunedì 10 maggio 2010

Calcio e 'ndrangheta: Libertas Rosarno, un titolo conteso

 
ROSARNO - “Quando mi sono comprato il titolo del Rosarno, ti ricordi? Se ne è venuto con Gioacchino, per darglielo, per darglielo, per darglielo…io lo so che me la fanno pagare un giorno. Che questi non si dimenticano, ma io intanto non gliel’ho dato (…). Che cazzo me ne fotto. Gli devo dare il titolo, il titolo che avevo comprato, stiamo parlando di chi? Marcello gli ha detto: io gliel’ho venduto a Nino, io una parola ho, se Nino ve lo dà, ve lo dà. E io gli ho detto, non ve lo do, mi dispiace, se eravate venuti prima…”. Nell’ottobre del 2006, a bordo della sua Mercedes, Nino si sfoga. Le cose per la famiglia non vanno come dovrebbero. Colpa del vecchio suocero che “è troppo onesto”, così tanto che gli altri ne approfittano e li stringono in un angolo. Come nel 2002, con la questione  del titolo che Marcello aveva venduto a lui e Gioacchino pretendeva per sé. Pesanti controversie tra imprenditori del pallone? Non esattamente.
Nino è Antonino Princi, già presidente del Delianuova e poi azionista del Catanzaro calcio, dilaniato da un’autobomba piazzata sotto la sua auto nell’aprile 2008. Il suocero “troppo onesto” è lo storico capobastone di Castellace di Oppido Mamertina, don Micu Rugolo, settantenne con la testa imbiancata e una lunga sfilza di condanne per associazione ed estorsione. Marcello è Marcello Pesce, dell’omonima cosca della Piana di Gioia Tauro. La Libertas Rosarno di cui è presidente stravince il campionato regionale di Eccellenza 2001-2002 ma lui non è in campo a festeggiare: è latitante. Il parroco di Polistena don Pino Demasi nel 2005 denuncia senza mezzi termini: “Molti presidenti di squadre sono mafiosi o mettono i loro uomini di fiducia a dirigerle, prima o poi tanti ragazzi finiranno così al servizio delle cosche. Ci conosciamo tutti e sappiamo tutto di tutti nei nostri paesi, io dico solo quello che vedo e che possono vedere anche gli altri. Certo, non bisogna generalizzare ma la realtà è questa”. A quelle parole le società calcistiche e la federazione calabrese reagiscono sdegnate. L’allora presidente della Fgci Calabria, Antonio Cosentino, cade dalle nuvole:  “Che io sappia problemi di ‘ndrangheta non ce ne sono mai stati”.

venerdì 2 aprile 2010

Sant'Onofrio, la festa è finita

SANT’ONOFRIO –  Il priore della Confraternita del Santissimo Rosario deve avere la mano ferma. Nell’antica rappresentazione dell’Affruntata – la tradizionale processione della domenica di Pasqua a Sant’Onofrio, nel Vibonese – suo è il delicato compito di svelare la statua della Madonna in trepidante corsa verso il Figlio Risorto. E’ il momento più emozionante del sacro rituale: un errore, un’incertezza, il manto nero che incespica senza cadere completamente e un cattivo presagio aleggerebbe pesantissimo sull’intero paese, tremila anime raccolte a pochi metri dallo svincolo della Sa-Rc. La mattina del 4 aprile 2010, domenica di Pasqua e dell’Affruntata, le mani di Michele Virdò, 54enne autista delle Ferrovie della Calabria e dal 2006 priore della Confraternita, stanno tremando. Qualcuno nel corso della notte ha fatto il tiro a segno contro il suo portone di casa, lungo la strada provinciale, e pensando ai fori lasciati dai colpi di pistola Virdò si dichiara indisponibile a presenziare alla processione. Lo stesso, a stretto giro, fanno tutti i confratelli, per solidarietà nei confronti del priore, si dirà ufficialmente, per paura, penseranno tutti in paese: a don Franco Fragalà, parroco di Sant’Onofrio, non resta che avvisare il vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Luigi Renzo, che alla fine decide di sospendere la rappresentazione. Le statue della Madonna, di San Giovanni e del Cristo Risorto restano chiuse nella Chiesa del Santissimo Rosario, da sole, in attesa che qualcuno, in paese, trovi il coraggio di issarle sulle spalle. Una cosa mai successa nella storia del paese ma, soprattutto, un pericoloso cedimento di terreno ai picciotti dei clan che non lascia spazio a frantendimenti o interpretazioni di comodo. A Vibo Valentia il prefetto Luisa Latella non ci sta e sbatte il pugno sul tavolo: “Le statue sono pronta a portarle io, se necessario”. La Procura di Vibo Valentia e la Dda di Catanzaro aprono due diversi fascicoli d’inchiesta. La guerra dell’Affruntata è dichiarata.